Edizione n.19 di mercoledì 3 giugno 2026
Cultura
«Tu m'hai lasciato questo, un bambinello », la Resistenza nelle parole di una donna
A Gemonio vive ancora Giovanna, la figlia di Giuliana Gadola e dell’architetto Filippo Beltrami, trucidato dai nazifascisti insieme a Gaspare Pajetta e a undici partigiani nella battaglia di Megolo, nel febbraio 1944. La tragica vicenda, raccontata dalla madre nel libro “Il Capitano”, è stata traslata in una fiction cinematografica, recentemente presentata anche a Palazzo Verbania a Luino dal regista Vanni Vallino e dallo storico della Resistenza Mauro Begozzi. Un libro del quale Cesare Pavese ebbe a dire tra l’altro: «… è il primo di ispirazione partigiana, dove non s’acquatti la retorica». Significativa in proposito la testimonianza di Giovanna, rivolta al pubblico di Gemonio, in occasione della prima proiezione del film “Giuliana e il Capitano” nello scorso mese di aprile:
«Vi ringrazio di essere venuti per conoscere i miei genitori e il loro amore. Un amore di rara qualità, aperto al mondo, in cui ciascuno aiutava l'altro a essere se stesso, a realizzare la propria missione, a dare agli altri il meglio di sé. Questo loro reciproco modo di relazionarsi li ha portati pian piano, e non senza esitazioni, a decidere di entrare nella Resistenza e di dare il loro contributo a liberare il Paese dalla nube tetra e minacciosa che lo sovrastava.
Il film trae origine da un libro ("Il capitano") che mia madre ha scritto a Cogne, in Val d'Aosta, dove ci eravamo rifugiati dopo la morte di mio padre. Lì abbiamo passato un anno, dalla primavera del ‘44 alla liberazione, in una baita di montagna un po' fuori dal paese. Due donne, mia madre e una giovane trentina e tre bambini dai 7 anni ai 7 mesi.
Una poesia di mia madre descrive molto bene il suo stato d'animo in quel tempo.
Si intitola «La nostra storia».
Tu m'hai lasciato questo, un bambinello
di carne e pelo biondi come il miele.
Me lo porto in ispalla sui sentieri
in cerca d'uova da una grangia all'altra.
Se gli parlo di te, la nostra storia,
chiusa dall'insonnia in una casa
dove ogni notte mi sgretolo con te,
quella storia diventa una leggenda
e nell'aria pulita t'incorona.
Immaginiamoci la situazione: la giornata è finita, i bambini hanno fatto i compiti, hanno cenato, sono stati messi a letto sotto alti piumini d'oca. Viene riordinata la cucina, caricata la stufa, stabilite le incombenze per l'indomani, si spegne il parlottio dei bambini. Resta solo il borbottio dello stufa. Poi cala la notte, quella notte che mia madre non avrebbe mai voluto attraversare, che nessuno di noi vorrebbe attraversare, ma che prima o poi ci tocca.
Mia madre mi ha detto diverse volte che senza di noi si sarebbe buttata nelle azioni più rischiose della guerra partigiana a costo della sua vita. Dovendo restare con noi senza impazzire bisognava comunque interrompere la sequenza di quelle notti terribili. Ma come? Mia madre decise allora di scrivere la loro storia, per salvaguardarne la memoria. Le notti si trasformano in momenti di intenso lavoro, in cui mia madre deve per forza prendere le distanze dalla vicenda per riordinare i ricordi, per organizzare il materiale. Ed è la salvezza. Il dolore si trasforma in un atto creativo di grande importanza per se stessa, per noi figli, per mio padre che ritorna a vivere in quelle pagine.
La storia si fa leggenda.
Il manoscritto, avvolto in tela cerata, viene sepolto sotto un albero, in attesa di tempi migliori. Dissotterrato dopo la liberazione, inizia l'iter per essere pubblicato dalla casa editrice Gentile di Milano, nel febbraio del ‘46.
La nostra storia confluisce così nella storia collettiva della Resistenza, ma con un taglio particolare: è una donna che scrive, una donna il cui sguardo presta più attenzione alle emozioni, ai sentimenti, alle motivazioni, piuttosto che ai fatti d'arme.
Per finire vi invito a riflettere sulla frase del filosofo greco Sofocle: "Se una cosa è giusta, certo val meglio di una cosa saggia"... sulla quale i miei genitori hanno impostato la loro vita».
Un’opera quella di Giuliana Gadola che nell’edizione del 1964 ebbe l’onere di una postfazione del poeta Eugenio Montale, di Gianni Rodari e di Piero Calamandrei.
Emilio Rossi
Cittiglio, laboratorio archeologico nella chiesa di San Biagio
Altre dodici tombe in aggiunta alle quaranta già portate alla luce a partire dal 2006 e, per la prima volta, un vero e proprio Laboratorio di Antropologia fisica per studiare sul posto i ritrovamenti. Sono due novità degli ultimi scavi nella necropoli della chiesetta romanica di San Biagio a Cittiglio (Varese), condotti tra maggio e luglio 2017 da studenti e dottorandi dell’Università dell’Insubria e finanziati dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto.
Studenti di medicina, in particolare tesisti in storia della medicina, tirocinanti di biologia e di scienze motorie - in particolare del corso di Antropologia fisica - e dottorandi in medicina clinica e sperimentale, alternandosi in piccoli gruppi, hanno esaminato e catalogato i reperti ossei sia di questa sia delle precedenti campagne di scavo. È tra l’altro emerso che alcune delle ultime sepolture appaiono riutilizzate nel tempo per successive inumazioni e pertanto resta ora da capire quanti individui vi siano stati sepolti.
TEAM DI STUDIOSI
Laboratorio e risultati degli scavi sono stati presentati martedì 11 luglio 2017 durante un sopralluogo al quale hanno preso parte il rettore Alberto Coen Porisini; il professor Giuseppe Armocida, docente di Storia della Medicina, il tecnico del Dipartimento di biotecnologie e scienze della vita Marta Licata, il funzionario della Soprintendenza per i Beni archeologici della Lombardia Sara Matilde Masseroli; l’ingegner Antonio Cellina per il Gruppo amici di San Biagio, gli archeologi Roberto Mella Pariani e Monica Motto di Archeo Studi di Bergamo.
INUMAZIONE A COPPO
Il sito di Cittiglio è ricco di reperti e gli scavi hanno portato alla luce, oltre agli scheletri, alcune monete e pochi altri oggetti di corredo. «Si tratta – ha dichiarato Marta Licata – di uno studio particolarmente interessante dal punto di vista antropologico proprio per il ritrovamento di numerosi infanti. Tra l’altro troviamo dei feti o neonati deposti secondo una modalità molto particolare: avvolti dentro un sudario e messi dentro un coppo, una tegola comune. Era, questa, una usanza tardo-romanica, utilizzata nelle aree cimiteriali lombarde e poi abbandonata in epoca tardo medievale, ma che viene riutilizzata in Canton Ticino e qui a Cittiglio nel 1500. Stiamo cercando di capire il perché di questa particolare modalità di inumazione, e se si possa parlare di un rituale locale».
ARCHEO-MISTERO
Perché tra l’VIII e il XVI secolo tanti bambini sono stati sepolti all’esterno e all’interno della chiesa romanica di San Biagio a Cittiglio? A questo “archeo-mistero” vuole dare una risposta il team di antropologi e archeologi.
La chiesetta di San Biagio domina le alture di Cittiglio ed è stata fondata intorno alla seconda metà dell’VIII secolo. Presumibilmente già da allora e fino al 1700 è stata luogo di sepolture, sia al suo interno sia all’esterno. Gli studiosi vogliono scoprire che cosa si celi nel suo suolo, indagando nell’area cimiteriale esterna all’abside medievale. Finora gli scavi hanno, in pochi anni, portato a galla numerosissimi reperti scheletrici di varie epoche storiche.
“Affari di famiglia: Bernardino Luini riletto nella sua terra natale”
Che si trattasse di un affare di famiglia lo si era già detto ( http://www.ilcorrieredelverbano.it/cms/mostra-di-bernardino-luini-milano... ) a proposito della grande mostra milanese “Bernardino Luini e i suoi figli”, della (complicata) eredità affidata dal Luini padre ai figli, del legame tra il pittore e il nostro territorio. Questa ne è un’ulteriore conferma oltre che una possibile ipotesi ed esperienza di lettura: un gruppo di giovani studenti, coinvolti nell’anno scolastico appena concluso in un progetto didattico interdisciplinare dedicato al patrimonio culturale, si sono avvicinati, nella fase finale, alla vita e all’opera del Luini attraversando, curiosi e attenti (curiosità, attenzione e impegno hanno caratterizzato la partecipazione dei ragazzi durante l’intero percorso progettuale), le sale di Palazzo Reale e, poco più in là, i luoghi della Milano del Cinquecento, alla ricerca delle tracce utili per ricostruire l’ambiente culturale, politico e religioso che incaricò l’artista della realizzazione di opere sacre e profane (che, neanche a dirlo, suona subito come citazione della mostra luinese del 1975).
Sul progetto e sul Luini diamo la parola agli studenti che lo sentono ora più vicino, verrebbe quasi da dire, per restare in tema, più familiare. Non dimenticando che se si allarga il compasso del tempo, includendo il futuro, l’eredità culturale - Luini compreso, anzi per certi aspetti in testa - spetterà a loro gestirla: e per farlo in maniera seria dovranno, innanzitutto, conoscerne la consistenza e la qualità, consapevoli del fatto che servirà «qualcosa di più specifico di una strada o di un monumento» (per valorizzare un artista locale e, più in generale, il patrimonio culturale), scomodando Piero Chiara a proposito delle ragioni dell’evento luinese del 1975.
Tiziana Zanetti
Federico Crimi
DA UN PROGETTO SUI “FURTI D’ARTE”
ALLO STUDIO DI BERNARDINO LUINI
Il progetto “I furti d’arte”, che ci ha visto impegnati nell’ultima parte del secondo quadrimestre, per contenuti e attività si inserisce coerentemente nell’itinerario didattico del nostro corso di studi, il Turismo, e mira all’acquisizione di strumenti utili a comprendere e contestualizzare le opere più significative della tradizione culturale del nostro Paese.
Il progetto, curato dagli esperti esterni Tiziana Zanetti e Federico Crimi, è stato accolto con entusiasmo e curiosità da parte di noi studenti della classe 2 A. Attraverso lezioni frontali abbiamo potuto riflettere sul significato, sul valore e sulla fragilità del nostro “patrimonio culturale”. Ci siamo soffermati sul concetto di “bene culturale” e sulle attività di tutela, valorizzazione e fruizione che caratterizzano il settore e che il Codice dei beni culturali e del paesaggio disciplina (senza dimenticare ovviamente la legge al grado più alto: la Costituzione e l’art. 9 in particolare); abbiamo potuto riflettere sui numerosi rischi che rendono i beni culturali tanto fragili e in particolare sui pericoli legati all’attività dell’uomo: le guerre, l’incuria, gli scavi clandestini, i furti.
Proprio nell’ambito dei furti d’arte ci siamo avvicinati allo studio e alla conoscenza diretta del nostro territorio, con particolare riferimento al furto della Gioconda ad opera di Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza. A Dumenza (si sa dal 1993) è nato anche il celebre pittore Bernardino Luini: sulla sua opera e sul legame con i suoi luoghi (non solo quello natale) ci siamo soffermati nella seconda fase del percorso progettuale.
“Da Dumenza a Milano… sulle orme di Bernardino Luini” è il titolo dell’itinerario da noi realizzato e presentato in occasione della conferenza del 6 giugno 2014 dal titolo “Affari di famiglia: Luini riletto nella sua terra natale”, curata da Tiziana e Federico, presso il Punto d’incontro dell’Auditorium di Maccagno. Il lavoro presentato è il risultato di lezioni in aula in cui sono state analizzate le fasi che caratterizzano la costruzione di un (grande) evento culturale espositivo e dell’uscita didattica a Milano del 21 maggio 2014. A Milano abbiamo visitato la mostra “Bernardino Luini e i suoi figli” nelle sale di Palazzo Reale e altri luoghi della città con testimonianze dell’epoca del Luini per avere un quadro più chiaro della Milano cinquecentesca.
L’esperienza vissuta ci rende sicuramente più “istruiti” e ci spinge ad invitare i lettori, che non lo avessero ancora fatto, a visitare la mostra del nostro illustre conterraneo: una mostra di grande importanza sul piano storico-artistico, con 200 opere esposte, allestita in un luogo di grande pregio quale Palazzo Reale, che racconta l’intero percorso del Luini, “dalle ricerche giovanili ai quadri della maturità, con un occhio costante, da un lato, al lavoro dei suoi contemporanei, dall’altro, alla traiettoria dei suoi figli, e in particolare del più piccolo Aurelio”.
La mostra resterà aperta fino al 13 luglio 2014 ed è tutta da scoprire e da vivere in prima persona per poter assaporare emozioni e sentimenti che i dipinti proposti possono suscitare con sfumature ed intensità diverse in ciascuno di noi.
Gli studenti della II A Turistico, ISIS “Città di Luino-Carlo Volontè” con la prof.ssa Filomena Parente, responsabile e coordinatrice del progetto.
Studenti del Liceo Sereni a bottega nel Magazzeno Storico Verbanese
A Luino nei giorni tra lunedì 24 febbraio e mercoledì 5 marzo si è svolta, nell'aula di informatica del Liceo, una sessione di "training on the job" molto particolare, rispetto alle normali esperienze lavorative condotte dagli studenti del nostro Liceo.
Bisogna tornare agli ultimi anni Settanta per incontrare, grazie all'intelligenza di un docente e di un laureando sinceramente appassionati della cultura locale, come Piero Tosi e Gianni Geraci, e la guida storico-archivistica di uno studioso animato da un profondo amore per il proprio lago, come Pier Giacomo Pisoni, la realizzazione di un progetto che condusse alla trascrizione sistematica di un'ingente quantità di "stati delle anime" per le pievi di Valtravaglia in epoca carliana, consentendo così l'elaborazione di statistiche e di considerazioni in chiave storico-demografica che a firma di Geraci e Tosi apparvero in sunto su "Verbanus" 3-1981/82.
A distanza di decenni, l'esperienza "lavorativa" è stata ripresa e riproposta in chiave moderna a una decina di ragazzi di una sezione terza del Liceo Scientifico, nell'ambito del progetto alternanza, varato dal Liceo e che ha raccolto l'adesione del Magazzeno Storico Verbanese.
TRA COMPUTER E ANTICHE CARTE
A questi ragazzi è stata proposta (con il titolo "Legger 'le venerande carte': noia o vedere nel futuro?") una sessione di studio e lavoro su carte d'archivio in modo virtuale (sono stati dotati di schede USB da 4 Gb, appositamente disegnate e ingegnerizzate dal MSV), e dopo due giorni di preparazione teorica (sui metodi della Storia, sulla storia locale e gli storici del territorio verbanese-ossolano; sugli archivi come strumenti della nostra memoria; sul lavoro d'archivio e gli strumenti da usare per muoversi tra le carte d'archivio; sulle peculiarità dei documenti), i ragazzi si sono dedicati alle trascrizioni documentali a partire da digitalizzazioni da fondi realizzate in quello che è forse il più importante archivio nobiliare del Verbano: l'Archivio Borromeo Isola Bella.
Così facendo, essi si sono resi conto, in modo vivace e moderno (le sessioni di lavoro erano sempre al computer in presenza del tutor Carlo Alessandro Pisoni, conservatore dell'Archivio Borromeo Isola Bella, ed erano accompagnate da "question time" e non di rado con un discreto sottofondo di musica, classica e pop), delle difficoltà e del fascino di interpretazione delle antiche scritture e con il glossario dialettale e dell'italiano sei-settecentesco, delle non poche similitudini che esistono con la nostra vita odierna.
QUESTION TIME
Altri casi notevoli di discussione sono stati ad esempio le rivalutazioni e le conversioni monetarie (ongaro, filippo, scudo, giulio), l'utilizzo di terminologia specifica (vocaboli dialettali, contaminazioni da altre lingue, come il caso di "papello", spagnoleggiante per carta, termine oggi tornato molto di moda per questioni di mafia...), o ancora curiosità e stranezze che ai ragazzi di oggi sembrano cose dell'altro mondo (l'uso dei "procacci" o "stafette" per recapitare la posta, in un'epoca che non disponeva di comunicazioni rapide come le nostre)...
Le pagine e pagine di trascrizioni, nei prossimi tempi, verranno pubblicate sul sito sociale del Magazzeno Storico Verbanese, come risultato di una collaborazione piacevole ed efficace, che si spera abbia fatto comprendere ai ragazzi che la storia non è lo studio del passato, ma la preparazione consapevole del nostro futuro; e che questa preparazione matura proprio negli archivi, che vanno dunque conosciuti e amati come patrimonio vivo e generoso di una nazione.
Valle Leventina, il totem Rsi racconta la memoria audiovisiva d'archivio
Sabato 21 dicembre è stato inaugurato al Museo etnografico di Leventina di Giornico il secondo totem multimediale interattivo della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Premiato dall’Organizzazione mondiale degli Archivi radiotelevisivi quale migliore progetto innovativo di valorizzazione d’archivio, già presente in Val Bregaglia, è stato ideato dal settore Valorizzazione Teche RSI, sviluppato in collaborazione con la SUPSI e il sostegno della CORSI. Il totem, realizzato grazie al sostegno della Fondazione Accentus, si compone di uno schermo touch screen attraverso il quale raggiungere un’ampia selezione di contenuti audiovisivi d’archivio, dedicati in questo caso alla Valle Leventina.
Dal 1931 la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana osserva e racconta il suo territorio tramite la radio e, dal 1958, anche mediante le immagini. Gli archivi RSI sono quindi i custodi della memoria collettiva della Svizzera italiana. E Tosca Dusina, che ha curato i contenuti del totem, ha analizzato, in collaborazione con il team del Museo di Leventina diretto da Diana Tenconi, la storia della Leventina, scegliendo dal catalogo multimediale RSI i documenti più significativi.
Il Museo di Leventina, dopo una completa ristrutturazione, sarà inaugurato nella primavera prossima.
Alla cerimonia del 21 erano presenti il direttore RSI Dino Balestra, il presidente della Società cooperativa per la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana Luigi Pedrazzini, il direttore della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana Franco Gervasoni, il presidente dell’Ente Ticinese per il Turismo e membro del Consiglio della Fondazione Accentus Marco Solari, il presidente dell’Associazione Museo di Leventina Franco Celio.
Francesco Branca, spirito "parigino" in riva al Verbano
(s.f.) Un incontro con la storia delle nostre valli molto importante per chi voglia meglio conoscere le nostre radici si terrà giovedì 2 maggio nel salone dell’Ubi Banca a Luino. Il consigliere comunale Alessandro Franzetti alle ore 14.30 presenterà un estratto della sua tesi di laurea Francesco Branca e “Il Corriere del Verbano” tra l’ottocento e il novecento.
«Lo scopo del mio lavoro di tesi è stato quello di valorizzare e di far conoscere un personaggio eclettico e dalla operosità tipicamente lombarda che è stato Francesco Branca» commenta Franzetti. «Egli ha avuto il merito, oltre che di essere un imprenditore generoso, di fondare nel 1879 Il Corriere del Verbano, testata pluricentenaria che permane tuttora».
Imprenditore illuminato, Francesco Branca riuscì con il suo impegno costante e la sua geniale quotidianità a potenziare e concertare l’attività delle vallate luinesi, mettendo azioni forti che favorirono l’economia e l’editoria locale. Branca, grazie anche ad un’esperienza a Le Figaro di Parigi, ritenne necessario fondare un settimanale che promuovesse «gli interessi di questa parte d’Italia Superiore, priva finora dei beneficii di comunicazione ferroviaria, e pressoché fuori del Consorzio del Regno, ed a provvedere alle molte necessità locali» (Corriere del Verbano, 8 gennaio 1879-primo numero). Nacque così Il Corriere del Verbano, dove Branca concesse grande spazio anche alla cultura, in particolare pubblicando novelle a puntate nell’”Appendice del Corriere”, una serie di romanzi molto in voga in quegli anni.
ALBERGHI, STRADE, FERROVIE
Tra le imprese più eclatanti, Francesco Branca aveva attivato una cordata di imprenditori e di professionisti per la costruzione di un albergo alpino al Lago Delio, aperto nei mesi estivi per gli amanti della montagna, sull’esempio di analoghe strutture funzionanti nella vicina Confederazione Elvetica (da cui la famiglia proveniva). Un’ambiziosa iniziativa per valorizzare uno degli angoli più pittoreschi di tutta la valle. E questo anche in vista dell’apertura della ferrovia del Gottardo che avrebbe facilitato le comunicazioni con i principali centri della Lombardia e del Piemonte.
Il vero problema per promuovere un turismo di montagna era ed è costituito dalla inaccessibilità del luogo. Si era pertanto presa in considerazione l’ipotesi della costruzione di una funicolare per accedervi e l’acquisto di terreni incolti per costruirvi uno stabilimento balneare. Era stata individuata anche l’impresa disposta ad accollarsi l’onere della costruzione di «un impianto di una ferrovia funicolare tra la riva del Lago Maggiore ed il Lago Delio». Tale investimento non fu mai realizzato.
Oltre ad aver favorito la nascita della strada che collega Luino a Maccagno, l’imprenditore si impegnò nello sviluppo della rete ferroviaria ed elettrica per collegare Luino ad altre realtà italiane e straniere importanti, confidando nella posizione strategica della cittadina nel cuore dell’Europa.
Ganna, l’universo sotterraneo del monte Campo dei Fiori
Gallerie, pozzi, concrezioni, fossili, acque sotterranee, invertebrati, pipistrelli e… speleologi. Sono gli aspetti più preziosi e particolari delle grotte e del sottosuolo del massiccio del Campo dei Fiori a Varese, dal 25 giugno esposti nella Badia di Ganna fino al 3 settembre 2017.
Il Gruppo Speleologico del CAI Varese, il Parco Campo dei Fiori e l’Associazione Amici della Badia di San Gemolo in Valganna hanno curato la mostra in caverna di fotografia e video con tema “L’universo sotterraneo del Monte Campo dei Fiori”. Si tratta di fotografie raccolte nell’ambito delle esplorazioni effettuate negli ultimi quarant'anni, dalla Grotta Marelli, dietro al Grande Hotel del Campo dei Fiori, fino alle recenti scoperte nella Grotta dei Mattarelli.
Ingresso alla mostra gratuito. Apertura, fino al 3 settembre 2017 nelle giornate di domenica (ore 15-18).




