Edizione n.14 di mercoledì 22 aprile 2026
Un incontro
Arriva con passi felpati e mi si accuccia vicino come una piccola pantera stanca.
«Mi dai un po' d'acqua?»
Beve placido. Ringrazia e rimane lì, all'ombra, a guardare il mare. Lo osservo di sottecchi: maglietta arancio, pantaloncini neri, gambe snelle lucenti come l'ebano. Risalgo con lo sguardo e scopro dita affusolate che stringono un mazzetto di braccialetti di corda colorata e poi un profilo di assoluta perfezione che si staglia in controluce nel cielo abbagliante.
Immobile come una statuina di tek lucido, anche lui mi osserva indagatore.
É bello come il sole, lo sguardo felino di due occhi gialli, stretti come fessure e misteriosi come la sua Africa. L'inflessione bresciana e la cortesia nel proporsi mi incuriosiscono; e poi mi incuriosisce lui, ragazzino in età scolare né timido né spavaldo che sosta senza fretta, con l'indifferenza di un turista al tavolino del bar, sotto il mio ombrellone. Non mi vende niente; sta lì, a riposarsi, e mi guarda solo di tanto in tanto saettando gli occhi. Mi sta studiando.
- Come ti chiami? -
- Akim - Risponde guardando il mare, per chiudere il discorso.
Ma io non demordo: conosco troppo bene i ragazzini di quell'età per capire che vuole qualcosa da me. Non solo l'acqua non solo l'ombra. Forse un attimo di pausa nel lavoro quotidiano di percorrere le spiagge per vendere qualcosa ai turisti. Forse un momento di riposo per guardare il mare e lasciarsi andare ai sogni di bambino. Forse qualche spicciolo di normalità; il sedersi all'ombra, bere dell'acqua fresca, parlare con qualcuno senza essere respinto con un gesto infastidito. Forse una coccola da chi gli ha sorriso nel vederlo passare.
- Sei qui da solo? Dov'è la tua mamma? Quanti anni hai? Dove abiti? Vai a scuola? - Getto lì una domanda dopo l'altra. Lui è diffidente, sembra scocciato, ma pian piano risponde, sempre guardando il mare. La mamma lo aspetta alle sei dall'altra parte della spiaggia; ha dieci anni e fa la quarta elementare a Brescia.
A Brescia? Sì, l’avevo notato dalla cadenza del parlare. E da Brescia, in estate, viene in Sardegna a vendere braccialettini di stoffa che fa lui «personalmente». Gli chiedo il permesso di una foto. Me lo concede. E finalmente si gira a guardarmi. - La vuoi, un po’ d’uva fresca? -
- Sì grazie - Spilucca il grappolo con fare educato.
Mi si stringe il cuore. Non posso rassegnarmi a questo bimbo lasciato come un pacco sulle spiagge, e ripreso alla sera dopo una giornata di lavoro. Allungo la mano e gli accarezzo la testa riccia. Si ritrae un po’. Non è abituato, ma resta seduto accanto a me tranquillo e pensoso. Poi le ombre si allungano. All’improvviso si alza.
- Adesso vado - Sparisce in un attimo; una gazzella scura sulla sabbia dorata.
Perché, Akim, non ho comprato tutti i tuoi braccialetti? E tu, perché non me li hai offerti? Magari domani avresti potuto giocare a pallone con i tuoi amici. Un giorno da bambino. Il regalo di una maestra.
Tiziana Zucchi
Giugno 2012

